Quarta e ultima puntata dell’intervista con Karin Falconi, fondatrice di AFFIDIamoci. Al centro, il significato dell’affido familiare, il diritto di costruire una famiglia e la necessità di mettere al primo posto il benessere dei bambini.

Si conclude il viaggio nella genitorialità transgender nato dal confronto con Karin Falconi, fondatrice di AFFIDIamoci e vicepresidente di M’aMa – Dalla Parte dei Bambini.

In queste quattro puntate abbiamo provato ad allargare lo sguardo sulla vita delle persone transgender, andando oltre il tema dell’identità e delle discriminazioni per parlare anche di desideri, relazioni, progetti familiari e genitorialità.

In questa ultima parte affrontiamo alcune domande importanti: perché l’affido familiare è ancora poco presente nel dibattito LGBTQIA+? Può essere percepito come una forma di genitorialità di serie B? E, soprattutto, quando parliamo di affido, dobbiamo concentrarci sul desiderio degli adulti di diventare genitori o sul diritto dei bambini ad avere una famiglia?

L’affido: da possibilità giuridica a opportunità concreta

Credo che una delle questioni da affrontare sia proprio la scarsa conoscenza dell’affido familiare all’interno del movimento LGBTQIA+.

Per anni le nostre battaglie si sono concentrate, giustamente, sul riconoscimento dell’identità, sulla lotta alle discriminazioni, sul diritto alla salute e sul riconoscimento delle coppie e delle famiglie. Tuttavia, quando parliamo di genitorialità, tendiamo ancora a concentrarci soprattutto sul desiderio degli adulti di avere un figlio e sulle modalità attraverso le quali questo desiderio può realizzarsi.

L’affido ci invita a guardare la questione da un’altra prospettiva: accogliere un bambino che esiste già, che ha una propria storia, dei legami e bisogni specifici.

Per questo penso che sia arrivato il momento di trasformare una possibilità in una concreta opportunità culturale e sociale. Le persone LGBTQIA+ devono poter conoscere questo percorso, incontrare servizi preparati ad accoglierle ed essere valutate senza che la loro identità di genere o il loro orientamento sessuale diventino un pregiudizio.

L’affido è davvero una genitorialità di serie B?

Personalmente, non considero affatto l’affido una genitorialità di serie B. È una forma di accoglienza diversa, che richiede disponibilità, consapevolezza e capacità di mettere al centro i bisogni di un bambino.

Questo non significa che debba diventare un ripiego per le persone LGBTQIA+, né un’alternativa da proporre a chi incontra ostacoli nel realizzare altri progetti familiari. L’affido deve essere una possibilità da conoscere e scegliere consapevolmente, non una strada imposta dalla discriminazione.

Una persona transgender che sceglie di diventare affidataria non dovrebbe essere considerata capace nonostante la propria identità. Dovrebbe essere conosciuta e valutata per ciò che è, per la sua storia, per le sue risorse e per la sua capacità di esserci nella vita di un bambino.

Le esperienze personali possono contribuire a sviluppare consapevolezza, ascolto e sensibilità verso le fragilità, senza che questo significhi attribuire automaticamente a una persona una maggiore capacità genitoriale in ragione della sua identità.

Il punto, quindi, non è stabilire se una persona transgender sia abbastanza “normale” per accogliere un minore. Il punto è capire se sia in grado di costruire una relazione significativa, offrire protezione, assumersi responsabilità e rispondere ai bisogni di quel bambino.

Mettere al centro i bambini

C’è una domanda conclusiva che considero fondamentale: vogliamo batterci soltanto per il diritto degli adulti a diventare genitori o anche per il diritto dei bambini ad avere una famiglia?

Non credo che dobbiamo scegliere tra queste due prospettive. I desideri degli adulti e i bisogni dei bambini possono incontrarsi, ma nell’affido il superiore interesse del minore deve sempre rappresentare il criterio principale.

Non dobbiamo chiederci soltanto se una persona transgender o LGBTQIA+ abbia il diritto di diventare affidataria. Dobbiamo chiederci se possa essere, per quel determinato bambino, un’adulta capace di ascoltarlo, proteggerlo, accompagnarlo e rispettare la sua storia.

Per me, questa è la vera rivoluzione culturale: arrivare a una società nella quale l’identità di genere non rappresenti un’eccezione da giustificare, ma non diventi neppure un elemento che definisce in anticipo le capacità di una persona.

Alla fine, nell’affido, non dovrebbe contare tanto chi sei sulla carta, ma come sai esserci nella vita di un bambino.

Se riuscissimo davvero a spostare il nostro sguardo in questa direzione, faremmo un passo avanti non soltanto per le persone transgender e per l’intera comunità LGBTQIA+, ma soprattutto per quei bambini che aspettano adulti disponibili ad accoglierli.

La conversazione completa su AFFIDIamoci

Ringrazio Karin Falconi per avermi coinvolta in questo percorso di confronto e riflessione. Parlare di genitorialità transgender significa anche contribuire a rendere visibili possibilità di vita che troppo spesso rimangono ai margini del dibattito pubblico.

Il viaggio in quattro puntate si conclude, ma le domande restano aperte. Perché una società realmente inclusiva non si limita a riconoscere le differenze: crea le condizioni affinché ogni persona possa costruire il proprio progetto di vita e affinché ogni bambino possa trovare adulti capaci di prendersi cura di lui.

Leggi la quarta e ultima puntata dell’intervista su AFFIDIamoci:

Genitorialità transgender: affido LGBT+, una “genitorialità di serie B” o una rivoluzione culturale?

Un ringraziamento a Karin Falconi e ad AFFIDIamoci per aver dato spazio a questo confronto.

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